Il rito creativo, il teatro del vero
di Mariagabriella Chinè



Ho creato il Metodo Teatro del Vero® perché ad un certo punto mi sono chiesta effettivamente quale fosse il motivo per il quale io stessa avessi scelto il mondo del teatro. Negli anni ho capito che ciò che mi aveva fatto così innamorare di questo mestiere non era solo lo spettacolo, l'applauso, il pubblico, ma qualcosa di molto più grande. La possibilità di creare e rendere reale. Il Metodo TDV nasce da una necessità: dare vita e verità alla scena.
Non è verosimiglianza, non è imitazione, ma verità dell’accadere nel qui e ora.
L'idea di base è che in scena accadono cose vere, e sono vere perchè stanno avvenendo davVERO, qui e ora, davanti allo sguardo dello spettatore. La bellezza della recitazione infatti non sta nella forma, ma nell’evento: qualcosa che accade mentre qualcuno guarda.
Per questo motivo non ha senso la parola re-cita. Non si re-cita.
La parola recitare deriva dal latino recitare: citare due volte.
Nel metodo Teatro del Vero® questo principio non è preso in considerazione. In scena non si cita, non si ripete una cosa che è già accaduta altrove. Ad ogni replica dello spettacolo ogni azione, ogni parola, ogni relazione viene vissuta come se fosse la prima volta. Ogni volta due personaggi si incontrano per la prima volta. Ogni volta si innamorano per la prima volta. Ogni volta perdono, scelgono, falliscono per la prima volta.
Proprio questo concetto mi ha portata a capire che la scena non è memoria. È presente. Ma per capirlo ancora meglio bisogna rispettare le due figure principali: l'attore e il personaggio. L'attore sa, conosce. Il personaggio vive.
L’attore, nel Teatro del Vero®, non ha il compito solo di “interpretare un personaggio”. Ha soprattutto una responsabilità più profonda: dare vita.
Dare vita significa vivere il processo creativo e non fuggire dalla scena o dalla storia stessa del personaggio.
Uno dei punti cardine del Teatro del Vero® è proprio legato alla storia del teatro. Il fine ultimo del teatro, fin dalle sue origini, non è solo l’intrattenimento, ma la catarsi. Che sia uno spettacolo comico o drammatico.
Nell’antica Grecia, la catarsi era l’effetto reale prodotto sullo spettatore: un’esperienza condivisa, fisica, collettiva. Letteralmente: una purificazione per immedesimazione. Ma la mia vera rivoluzione è nata quando ho scoperto che oggi sappiamo che questo non è solo un principio filosofico, ma scientifico.
Le ricerche sui neuroni specchio, a partire dagli studi di Giacomo Rizzolatti, dimostrano che osservare un’azione crea nel corpo dello spettatore gli stessi processi di chi la compie. Questa non è altro che la catarsi spiegata scientificamente. Il teatro quindi è scientificamente qualcosa che può entrare nel nostro cervello, nel nostro corpo e farci provare emozioni anche solo guardando una storia, una messa in scena.
Quando guardiamo qualcosa accadere davvero a qualcun altro, il nostro corpo reagisce come se stesse accadendo a noi. La catarsi non è simbolica, è corporea.
Quando l’attore è davvero lì, quando l’azione non è citata ma vissuta, quando il corpo non fugge, il teatro accade.
È in quell’accadere che pubblico e attore si incontrano, si conoscono, vivono insieme per un periodo e condividono emozioni silenziose ma prorompenti.
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