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Lo specchio



In qualsiasi modo si faccia teatro, c’è un elemento che non cambia mai. Quello dello specchio. Lo specchio come possibilità di riconoscimento, lo specchio per poter riflettere e riflettersi, lo specchio per guardare gli angoli più nascosti e difficili da osservare, lo specchio che ti rivela di essere al mondo, lo specchio che riflette la tua luce consegnandola a te stesso e agli altri. Lo specchio, un oggetto magico che da sempre ha sicuramente affascinato adulti e bambini.

Oltre la teoria dei neuroni specchio, di cui parlerò presto in un nuovo post del blog, molti sono stati gli studi riguardo questo argomento. Un grande apporto è stato dato da Jacques Lacan circa lo studio della relazione tra lo specchio e il bambino.


Lacan sostiene che questo strumento, lo specchio appunto, sia fondamentale per lo sviluppo del bambino tra i sei e i diciotto mesi il quale si trova a confrontarsi con esso in tre diverse fasi.

Guardandosi allo specchio, nella prima fase il bambino identifica la propria immagine con quella di un altro, di uno sconosciuto, nella seconda fase egli è in grado di riconoscere l’altro, ma solo come immagine e non come reale, nella terza fase il bambino riconosce l’altro come propria immagine riflessa e reale.

Il bambino, quindi, inizierà a definire i propri confini. Secondo Lacan, l’identificazione che il bambino ha in questa fase sarà fondamentale per tutte le altre varie identificazioni future. Si inizia infatti a identificare se stessi con un nostro duplicato che è non è l’io reale, ma ci permette di riconoscerci in esso. Questo è quello che avviene nella catarsi teatrale.

Il termine specchio viene dal latino spec-ulum, a sua volta derivato da una radice indoeuropea “spek” che significa guardare, la radice del termine spec ci riporta al termine spec-taculum, spettacolo, e quindi, al teatro, ma anche al termine italiano speculare, che ha un doppio significato. Io speculo economicamente usandoti, io mi rispecchio utilizzando invece un’accezione filosofica.

Speculare, nell’accezione che interessa nella relazione con tema del teatro, non è altro che l’esercizio di colui che è intento ad osservare con attenzione, ricercare il vero. Quindi, per analogia, uno spettacolo teatrale dovrebbe essere un modo per osservare con attenzione noi stessi e il mondo e il modo in cui viviamo. L’essenza del fare teatro sta dunque in questa attenzione a me stesso e all’altro, nel riconoscimento di me nell’altro e nella presa di consapevolezza di me nell’altro. Il rispecchiamento.

Dunque, se il teatro ha in se stesso la funzione dello specchio, sarà questa la ragione, conscia o inconscia, che attira con grande forza sia chi lavora in teatro sia chi ne usufruisce come spettatore.

Spesso ai miei allievi, soprattutto quelli un po' più grandi, chiedo perché dovremmo fare teatro. E me lo chiedo anche io. Perché dovremmo meritare tempo e soldi del pubblico?

Gli spettatori, dopo aver pagato un biglietto, rimangono seduti in una poltrona per una, due, tre ore a guardare attori che hanno imparato a memoria un testo.

Mi viene da sorridere a pensare a questo inganno.

Eppure, ogni anno, con i miei ragazzi dei vari laboratori teatrali riesco a trovare sempre nuove risposte.

Il pubblico viene in teatro per guardarsi allo specchio e, consapevolmente o meno, conoscere meglio se stessi e la vita.

Il teatro è vita e su questo non c’è dubbio. Al contrario del cinema in cui viene impressionata una pellicola che rimane poi identica in eterno, in teatro gli attori si muovono, ridono e piangono in diretta. E questo emoziona. Dunque, si viene in teatro per guardarsi allo specchio, conoscere meglio se stessi e la vita ed emozionarsi. L’emozione è del momento, reale e non riproducibile nella stessa maniera in un secondo momento. Questa è una cosa meravigliosa, sia per gli attori ai quali è concesso di vivere emozioni e sensazioni al di fuori ma dentro di sé, sia per il pubblico che decide di dedicare qualche ora alle emozioni. E questo avviene tanto nel teatro comico quanto in quello drammatico.

Quando si va a teatro si prende una decisione importante, si decide di giocare ed emozionarsi.

Come quando da bambini si giocava al “facciamo finta che” e ci si emozionava, si rideva o si era tristi insieme alle bambole coinvolte nella storia che nasceva con l’amichetto o l’amichetta.

È la stessa cosa anche se con qualche variante. Quando si va a teatro, infatti, si decide di tornare ad essere bambini ed immaginare, e non più “fare finta”, che è diverso. Lo dico sempre ai miei allievi, non fate finta che, ma immaginate. Perchè nel "faccio finta che" fingo, appunto. Ma nello "immagino che" prendo vita come persona. Perché gli adulti non sono più i bambini che erano ma non hanno perso la facoltà dell’immaginazione, che risveglia proprio quel piccolo bambino che si scopre essere ancora in loro, anche se dimenticato o ignorato.

“Tutti gli adulti sono stati bambini, ma in pochi se lo ricordano”.

© Copyright Mariagabriella Chinè

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