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I Neuroni Specchio, una base del valore terapeutico del teatro




Negli anni Novanta, precisamente nel 1994, una nuova scoperta ha sensibilmente stravolto il tema dell’empatia degli esseri umani.

Grazie ad un team di neurologi, guidati dal Dott. Rizzolatti, si è iniziato a parlare di empatia provata scientificamente attraverso l'attivazione dei neuroni specchio.

Quindi, se fino a quel momento si attribuiva all’empatia un ruolo puramente sentimentale ed emotivo, adesso si poteva fare uno screening del nostro cervello empatico.

Come per tutte le grandi scoperte, anche quella dei neuroni specchio è avvenuta in maniera casuale. Infatti, mentre veniva studiato il cervello di un macaco, attaccato ad un macchinario che misurava l’andamento cerebrale, si è notata un’anomalia nel momento in cui lo scienziato davanti all’animale prendeva in mano una banana. Si è così potuto riscontrare che la risposta del cervello del macaco era uguale sia che prendesse lui stesso una banana sia che questa azione fosse fatta dallo scienziato davanti ai suoi occhi. Da questa scoperta nasce la consapevolezza dei neuroni specchio, presenti in egual maniera nel cervello degli umani.

I neuroni specchio sono dei neuroni motori che si attivano ugualmente sia quando svolgiamo un’azione, sia quando vediamo la stessa azione svolta da un altro soggetto davanti a noi, ma anche quando sentiamo parlare o leggiamo qualcosa circa quell’azione.

Dal punto di vista scientifico è ovviamente una scoperta straordinaria, perché rende provabile l’empatia, la capacità di provare la stessa emozione di chi mi è di fronte. Dal punto di vista teatrale, effettivamente, si ha la prova della veridicità terapeutica della catarsi greca che non è altro che una forma di liberazione per empatia. Ma è necessario specificare meglio una cosa.

Durante la catarsi quale sentimento provo? Provo il sentimento dell’attore che viene riprodotto dai miei neuroni specchio o, piuttosto, provo una mia emozione data da quella visione?

La risposta è che io provo entrambe le emozioni. Se da una parte le emozioni che io vedo e vivo sono filtrate dalla mia esperienza e quindi reagisco di conseguenza, dall’altra il processo di mimesi prevede proprio che io mi immedesimi in chi mi sta di fronte, provando le sue emozioni e, attivando così, la purificazione di gruppo.

Questa è la catarsi attivata grazie ai neuroni specchio.

Certo, è difficile riuscire a generalizzare questo argomento in quanto sarebbe inspiegabile il “male”. Quale essere umano, mentalmente sano, riuscirebbe, infatti, provando lo stesso dolore della propria vittima, a commettere un delitto?

Riguardo questo sicuramente bisogna specificare che i neuroni specchio non sono gli unici indici di emotività. Rizzolatti stesso sostiene che è più facile che i nostri neuroni specchio si attivino nei confronti di azioni compiute da persone che sono vicino a noi sentimentalmente come i genitori, i fratelli, i coniugi, i figli e le persone con cui si ha un legame emotivo stretto. E, a parte i neuroni motori, c’è come fondamento nella nostra vita, l’esperienza. Difficile provare un sentimento che non si conosce o che non si è portati a provare a causa delle vicissitudini della vita. Questo spiegherebbe molte cose riguardo le nostre reazioni diverse alle situazioni, ma aprirebbe anche una tematica che deve essere affrontata da professionisti di psicologia e neurologia.

Riportiamo quindi la questione alla dimensione della teatro-tearapia.

Girard sostiene che il teatro sia un’espressione ritualizzata e metaforica dell’ineludibile e costitutiva conflittualità della condizione umana e consente di esorcizzare la violenza attraverso la sua rappresentazione. Sempre secondo Girard, riso e pianto condividono la stessa propensione a mettere in gioco il corpo per allontanare catarticamente da sé lo schema conflittuale mimetico. Non a caso, infatti, il riso è massimamente evocato dal solletico, una pratica corporea che simula un attacco al corpo dell’altro. La commedia, dice Girard, diviene così un solletico intellettuale che ci mette nella condizione di assistere all’eterna reciprocità conflittuale della nostra specie, ritualizzata nello schema mimetico intrinseco al genere comico. Il palcoscenico dove il conflitto va in scena è opportunamente tenuto a una distanza di sicurezza dallo spettatore che si diverte solo nella misura in cui si sente sicuro dal contagio mimetico.

La scoperta dei neuroni specchio sembra dare una spiegazione pratica e scientifica alla domanda sulla valenza terapeutica del teatro.

Se pensiamo ad una sala teatrale, possiamo immaginarla come un groviglio di emozioni uguali fra loro e nello stesso tempo perfettamente isolate e personalizzate dall’esperienza di ogni spettatore e di ogni attore. Infatti, se da una parte la scienza ci dice che i nostri neuroni hanno un certo tipo di comportamento specifico, dall’altra non possiamo dimenticarci che la nostra esperienza può leggere diversamente le emozioni dei personaggi che vediamo o interpretiamo in scena.

Per comprendere al meglio la reazione dei neuroni specchio, riporto un esempio reale.

I neurologi, per provare a dare una concretezza alla teoria dei neuroni specchio, hanno fatto vari esperimenti tra cui ve ne è uno molto semplice. È stata bucata con un piccolo ago la mano di una donna ed è stato registrato il tracciato dei suoi neuroni. È stata poi bucata la mano del marito davanti alla donna ed il tracciato, sempre della donna, era identico. I neuroni specchio-motori agivano allo stesso modo e percepivano lo stesso dolore sia che venisse bucata la mano della donna che quella del marito.

Quindi che vuol dire tutto ciò? Possiamo dire che in teatro accade la stessa cosa?

Penso proprio di si. Possiamo dire sicuramente che il teatro mette in relazione un gruppo di persone riunite in silenzio intorno ad una stessa frequenza emotiva rappresentata. E questo è un aspetto terapeutico a priori, inconscio e automatico.

La tesi dei neuroni specchio non è stata sempre univoca. Negli ultimi anni, infatti, ci sono molte tesi che danno meno importanza ai neuroni specchio rispetto agli studi condotti negli anni Novanta. Soprattutto molto si è dibattuto riguardo la relazione tra neuroni specchio e autismo.

Inizialmente, infatti, sembrava che i soggetti affetti da autismo non avessero un corretto funzionamento dei neuroni specchio, i cosiddetti specchi interrotti, per quel che riguarda l’azione motoria dei neuroni nel momento in cui il soggetto vedeva svolgersi un’azione. Però successivamente in base al neuroimaging, si è scoperto che anche gli adulti autistici riescono a rappresentare lo scopo dell’azione di un’altra persona e mostrano attivazioni neurali durante l’osservazione di azioni dirette verso uno scopo. Quindi a questo punto non si riusciva a capire quale fosse la verità scientifica.

Molti sono stati gli studi a riguardo e la tesi che sembra essere più credibile è quella che separa in due l’aspetto della mimesi. È importante sapere che i neuroni specchio, oltre ad attivarsi nel momento in cui viene vista un’azione, svolgono anche un altro importante ruolo che è quello del comprendere ciò che sarà fatto in seguito dalla persona agente, quindi non solo comprendendo l’azione motoria, ma anche riconoscendo l’intenzione motoria dell’agente.

È qua che si pone la differenza tra soggetti autistici e non autistici. I primi, infatti, non hanno difficoltà a ricreare mentalmente l’intenzione altrui, ma piuttosto non riescono a identificarsi e proiettare mentalmente dentro di sé l’azione svolta dall’altro. Per capirci meglio, possiamo dire che i soggetti autistici imitano l’azione nel suo scopo codificandone l’aspetto motorio, mentre i soggetti non autistici riescono a imitare la persona codificando sia l’aspetto semantico dell’intenzione che quello dell’azione.

Questa anomalia dei soggetti autistici è caratterizzata da un’assenza dell’attivazione del sistema pre-motorio e da una ipoattivazione dell’insula, la zona in cui sono presenti i neuroni motori. Ma, se da una parte questa anomalia crea un deficit, dall’altra, come gli studi del Dott. Dapretto hanno dimostrato, l’iperattivazione della corteccia visiva permette ai soggetti autistici l’utilizzo di circuiti cerebrali diversi per l’accesso al mondo affettivo altrui e quindi una comprensione dell’altro e delle sue azioni.

Possiamo quindi affermare che la funzione specchio è la base del valore terapeutico del teatro in quanto permette il rispecchiamento, favorendo così l’attivazione di un processo di mimesi di gruppo e individuale.

Anche nei soggetti autistici è fondamentale il tema del rispecchiamento, non in quanto finalità, ma in quanto strumento per poter conoscere il proprio corpo come soggetto agente. Infatti, i soggetti con autismo non riusciranno ad immedesimarsi nell’emotività dell’altra persona, ma riusciranno a compiere le azioni a specchio e a ripeterle nel loro scopo. E su questa base può essere fatto un gran lavoro di concentrazione, attenzione, ma anche di emotività legata all’azione.

Possiamo affermare infine, che sicuramente lo studio dei neuroni specchio crea una grande base importante per lo studio delle arti, dell’empatia e della scienza, ma non è l’unica porta di accesso universale alle emozioni condivise.

L’insegnante che si trova di fronte ad un gruppo di allievi, o il regista con un gruppo di attori, non dovrà cadere nel “tranello” dell’unicità di un’emozione, ma grazie al rispecchiamento potrà creare sempre diverse emozioni caratterizzate ed esaltate dall’individualità della singola persona.

© Copyright Mariagabriella Chinè



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